«Signor inquisitore rimetta a posto il mio capello»

in La Sicilia,11 luglio 2011,  p. 14.

SALVATORE SCALIA
Per cortesia, rimetta a posto il capello, mi appartiene». Fu così che Herta Müller coprì di ridicolo l’inquisitore che la interrogava per l’ennesima volta con urla e minacce. Era accaduto che l’uomo le si era avvicinato e, mentre lei temeva il peggio, le aveva invece tolto un capello dalla spalla. Voleva l’anima, possedeva l’inebriante certezza di poter disporre a piacimento della vittima, ma quell’esile filo di capello era un imprevisto, qualcosa che sfuggiva alle sue categorie e su cui i regolamenti non davano disposizioni. Pensava di buttarlo a terra, e invece lo rimise nel posto da cui l’aveva tolto, coprendosi di ridicolo. Un capello aveva dato scacco matto al re. Ed è tra capelli e ossessione del
re, metafora del potere totalitario, che si sviluppa il libretto «Il re s’inchina e uccide» (Keller editore, pagine 94, euro 12) della scrittrice nata nel 1953 a Nichitdorf, un villaggio di etnia tedesca in Romania e vincitrice del Nobel nel 2009. Il testo autobiografico, tradotto dal germanista Fabrizio Cambi, è una chiave per entrare nei suoi romanzi, ma è già di per se stesso un piccolo gioiello letterario. Entrano in combustione la riflessione sulla lingua e sulla letteratura, la memoria, l’ipocrisia del potere e la resistenza alla dittatura di Ceausescu. Ogni elemento brilla di luce propria illuminando di riflesso tutto il resto. Di lingua madre tedesca, la scrittrice ha imparato il romeno a quindici anni, quando si è trasferita dalla campagna in città. Per lei fu come osservare il mondo da due prospettive diverse, la scoperta che le parole, pur indicando la stessa cosa, la osservano con modalità e punti di vista differenti. Non si trattava solo di sfumature, ma di una lingua che ne giudicava un’altra. Herta Müller, infatti, ha scritto in tedesco ma nella sua scrittura si è portata dietro l’eco del romeno, così come la protagonista di un suo romanzo, «Il viaggio su una gamba sola» (Marsilio), emigrata in Germania, come l’autrice, si porta dietro l’altro Paese d’origine. Lo sdoppiamento tra due lingue è solo un aspetto della sfida continua con le parole, di quel confronto serrato che ogni scrittore dovrebbe sostenere con il linguaggio, con i suoi significati reconditi, con la sua apparente innocenza che cela fini autoritari o potenzialità sovversive. «Quando nella vita non quadra più niente, anche la parole vanno a picco. Perché tutte le dittature, di destra o di sinistra, atee o religiose, prendono la lingua al loro servizio».
Nella lingua corrotta e subdola del potere, l’assassinio di un oppositore è definito suicidio mentre il suicidio di un alto papavero della corte di Ceausescu è fatto passare per incidente di caccia. Come se, mirando al cervo, l’animale si fosse posto tra il fucile e il palato. «In ogni lingua dimorano altri occhi», afferma la scrittrice concludendo la prima parte del libro. E sono occhi di un’altra lingua, ma anche della ribellione all’autoritarismo, della capacità di concepire pensieri che le parole sono impotenti ad esprimere; oppure si tratta dello sguardo occhiuto e sospettoso del potere, del suo modo, spesso grottesco, di mascherare la realtà. Herta Müller ha dovuto fare i conti da subito con la distorsione del concetto di patria, opprimente eredità della virtù sveva nel villaggio, e spettro tronfio e angoscioso nella Romania comunista. In entrambi dominavano il conformismo, il servilismo e l’ipocrisia, che miravano a sopprimere la discrepanza tra le parole e le cose, quell’attimo di perplessità che fa indugiare nell’accettare passivamente la relazione tra il significante e il significato. E da qui nasce un’originale teoria estetica, un narrare di traverso per esprimere con le cose e nelle cose quei pensieri che si nutrono dell’indefinibile e dell’indicibile. «Ogni buona frase –scrive Herta Müller – finisce nella mente là dove ciò che evoca usa un linguaggio diverso dalle parole». Secondo la scrittrice è un’illusione dell’Occidente che il parlare ponga fine al disordine di ciò che va oltre le parole. La letteratura tuttavia non è un’arma per rovesciare il potere, ma possiede una magia, può racchiuderne la brutalità e le smisurate ambizioni in una rima, rendendolo ridicolo. «Leggere libri o anche scriverli non porta rimedi», ciò che conta sono i comportamenti come il rifiuto della scrittrice a collaborare con gli agenti della Securitate che le chiedevano di fare la spia e denunciare i propri compagni di lavoro. Da possibili complici a perseguitat il passo è breve. Lo spettro della dittatura è ossessione, è paura, che più si riesce a controllare e più sfugge per le vie più impensabili, e che pervade i protagonisti del romanzo «Il paese delle prugne verdi» (Keller). Ed è la sensazione di essere continuamente spiati, di aver altri occhi addosso. Il simbolo di questa tirannia è il re, figura che risale all’infanzia e alla passione del nonno per gli scacchi. Egli, prigioniero nella prima guerra mondiale, aveva intagliato alcune figure per un barbiere che gli aveva indicato un rimedio efficace per arrestare la caduta dei capelli. Quindi il re e i peli, la pesantezza del potere e la leggerezza di ciò che sta sopra la testa, rivolto al cielo. La magia di ciò che sta oltre i pensieri costretta suo malgrado a fare i conti con la degradazione quotidiana delle coscienze. «Il re mi ha seguita dapprima dal villaggio in città, poi dalla Romania in Germania, come riflesso delle cose che per me non si potranno mai spiegare». Il re per sua stessa natura anche quando, cedendo a una debolezza, s’inchina, non può fare a meno di uccidere. Da tanta ottusa brutalità tuttavia può nascere il fiore della letteratura.

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