Quanti misteri in groppa al «liotru»

in La Sicilia, 24 luglio 2010, p. 28

Quanti misteri in groppa al «liotru»

L’obelisco dell’elefante di Piazza Duomo continua sotto alcuni aspetti a celare misteri. Il primo riguarda la sua provenienza: soltanto un’accurata analisi petrografica del granito di cui è composto potrebbe chiarire se si tratti di un prodotto locale o di un manufatto importato dall’Egitto. In secondo luogo esso non presenta geroglifici, ma, per lo più, figure umane e divine disposte dall’alto verso il basso, che non costituiscono nell’insieme una scrittura di senso compiuto, ma hanno un fine ornamentale. Nel sistema figurativo spiccano alcune importanti divinità egizie: Iside e Nephtys quali dee-ureo, Horus nella forma di dio-falco, Anubi teriomorfo con testa di sciacallo, il dio Api nell’aspetto di sacro toro con il disco solare tra le corna, il dio Ra circondato dal serpente khut. Da notare anche una sfinge alata con lunga barba, con testa sormontata da una doppia corona. “Egittizzante” è dunque l’aggettivo che meglio qualifica il nostro obelisco, vale a dire si tratta di un manufatto che imita elementi figurativi egizi nell’iconografia e negli attributi regali e divini. Nella storia ci sono state epoche in cui il fascino esercitato dall’Egitto ha spinto la cultura occidentale ad “egittizzare” per cause, a volte, molto diverse tra loro (esigenze di culto o semplicemente moda). Ad esempio in epoca romana, nelle province dell’impero, si diffusero culti misterici legati ad Iside ed Osiride. Una vera e propria “egittomania” dilagò nel Rinascimento quasi nello stesso tempo in cui si diffondeva l’interesse per l’ermetismo. I geroglifici erano considerati alla stregua di una lingua segreta accessibile solo agli iniziati. Dai dotti del Rinascimento per imitazione furono inventati anche geroglifici “moderni” come attesta la “Hypnerotomachia Poliphili” (1499) in cui è presente l’iconografia dell’elefante con l’obelisco sormontato dalla palla. Dopo la campagna di Napoleone in Egitto l’occidente conobbe una nuova fase di “egittomania” e nacque l’Egittologia grazie al ritrovamento della stele di Rosetta che permise a Champollion di decifrare i geroglifici. In terzo luogo la datazione dell’obelisco dell’elefante appare incerta, ma la più plausibile è da riferire al primo secolo d.C. per alcune analogie con la cosiddetta “Mensa Isiaca” del Museo Egizio di Torino. Inoltre l’obelisco dell’elefante non rappresenta un caso isolato. Infatti Catania conserva altri tre frammenti di obelisco, mentre Messina vanta due pilastri egittizzanti. Il nostro obelisco, sia che avesse avuto una funzione religiosa sia decorativa, perse poi di importanza e fu riutilizzato come architrave di una porta del palazzo vescovile di Catania. Ritornato in luce nel 1620, nel Settecento venne “risemantizzato” in chiave religiosa con l’aggiunta di ornamenti e attributi del culto di S. Agata ad opera dell’architetto Vaccarini, che prese come modello del progetto della fontana l’iconografia poliphiliana dell’elefante.
Santo Daniele Spina

 

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