Il deposito di idoli di Priniàs

in Gazzettino di Giarre, n. 20, 27 maggio 2000, p. 5.

Nel corso del 1996 la Missione archeologica dell’Università di Catania diretta dal prof. Giovanni Rizza ha condotto l’esplorazione e gli scavi dell’area lungo il margine orientale della Patela di Priniàs, a nord-est dei templi A e B (vedi Dario Palermo, Il deposito votivo sul margine orientale orientale della Patela di Priniàs in Epì ponton plazomenoi. Simposio italiano di Studi Egei, Roma 1999, pp. 207-213). Già nel 1899 Federico Halbherr in modo causale vi aveva recuperato dei materiali di tarda età minoica appartenenti a un deposito votivo (frammenti di statue fittili di dee con le braccia alzate; quattro esemplari del tipo dello snake tube, oggetto sacro tipico del Tardo Minoico III).

Nel 1906 Luigi Pernier riprese le investigazioni in quest’area, ove aprì nove trincee. Nella numero 8, ad una profondità di m. 0.50 circa, l’archeologo italiano rinvenne quello che egli chiama «il deposito degli idoli», vale a dire un gruppo di statuette e frammenti di statuette riuniti in uno stesso punto (tra cui «due testine ad alto rilievo con parrucca egizia» di stile dedalico) .

A distanza di 90 anni, la ripresa degli scavi in questa stessa area ad opera della Missione archeologica dell’Università di Catania ha portato alla luce i resti di costruzioni ormai totalmente distrutte. Tra queste spicca una grande eschara o focolare rettangolare incassato nella roccia che doveva fare parte di un ambiente di cui rimangono solamente un tratto di pavimento di lastre di pietra e una canaletta anch’essa scavata nel banco roccioso. Tra i materiali più significativi recuperati nel corso dello scavo si segnalano una testina fittile del tipo Tardo Minoico III C, tre frammenti di gonna cilindrica di dea dalle braccia levate, un frammento di gamba di animale fantastico e un modello fittile di altare finestrato.

A tutt’oggi è ancora in corso lo studio dei materiali dello scavo del 1996 e di quelli provenienti dai rinvenimenti dell’Halbherr e del Pernier.

Il prof. Dario Palermo, che ne curerà la pubblicazione finale, ha ipotizzato che «il deposito votivo risale alla fine dell’età del bronzo (Tardo Minoico IIIC) e che la posizione del luogo di culto, elevata e panoramica, rientra nella tradizione dei peak sanctuaries minoici».

L’attività cultuale del deposito si collocherebbe tra il Tardo Minoico IIIC e l’età Orientalizzante: la definitiva interruzione dei culti nell’area in quest’epoca fu probabilmente dovuta a una importante trasformazione nella vita urbanistica e religiosa della città nella seconda metà del VII a.C., vale a dire l’erezione del tempio A dedicato a una dea femminile, identificabile con Artemide, che aveva ormai soppiantato la primitiva divinità minoica.

Santo Spina

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