Nefertari a Catania

in Gazzettino di Giarre, n. 21, 5 giugno 1999, p. 6.

Nefertari a Catania

Al complesso delle «Ciminiere» di Catania, venerdì 26 marzo, è stata inaugurata dal presidente della Provincia Nello Musumeci la mostra dedicata alla principessa egizia Nefertari la prima sposa di Ramesse II (XIX dinastia). La dottoressa Carla Alfano, reponsabile della fondazione Memmo, con perizia ha illustrato ai presenti i reperti più significativi dell’esposizione. Dopo Roma, Torino, Bari e Venezia la mostra, realizzata dalla Fondazione Memmo, dal Getty Conservation Institute, dalla Provincia Regionale di Catania e dell’Azienda Provinciale per il Turismo della città etnea, è arrivata in Sicilia e sarà visitabile fino al 30 giugno (dalle 10 alle 20 nei giorni feriali, dalle10 alle 22 nei giorni festivi).

A causa di un saccheggio perpetrato già in antico, molto poco è rimasto del ricco corredo della tomba di Nefertari, scoperta nel 1904 nella Valle delle Regine dall’egittologo italiano Ernesto Schiaparelli (1856-1928): i resti della mummia oltraggiata da ignoti vandali, il coperchio in stato frammentario del sarcofago in granito rosa, gli  «ushabti»  (vale a dire i servitori funerari della regina, in tutto trentaquattro statuine ricoperte da uno strato di materia nera su cui sono stati scritti i geroglifici), un pomello a fiore di loto con il cartiglio di Ay, due coperchi di cofanetti e altri elementi di mobilio, un’anfora e una giara, una copia di sandali in fibre vegetali (foglie di palma e papiro), l’amuleto rappresentante il pilastro  «djed»  (simbolo di stabilità e resurrezione) in legno dorato con intarsi di faïence azzurra chiuso in una nicchia nella parete di fondo della sala del sarcofago, una statuetta ignea di ibis acefala, un frammento di bracciale in oro.

La mostra, che espone in totale centotrenta pezzi provenienti da Berlino (notevole la sfinge con testa di falco, simbolo della regalità, dal Tempio Grande di Ramesse II) Londra, Napoli, Roma, Torino, Zurigo, unisce all’importanza archeologica anche una specifica funzione didattica: spicca la suggestiva ricostruzione – anche in versione virtuale – della tomba ipogea di Nefertari e delle relative pitture parietali accompagnate da iscrizioni geroglifiche tratte dal Libro dei Morti, testo sacro di 174 capitoli contenenti formule magiche per garantire la sopravvivenza del defunto nell’oltretomba.

Tra il 1988 e il 1992 per iniziativa del Getty Institute, è stato portato a termine l’intervento di restauro delle pitture ad opera di una équipe guidata dai professori italiani, Paolo e Laura Mora. Dunque un doppio riconoscimento va agli studiosi italiani sia per l’importante scoperta archeologica sia per il recupero e la restituzione all’originario splendore del ciclo pittorico della tomba di Nefertari.

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Santo Spina

Nefertari gioca al “senet”.

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